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martedì 17 luglio 2012

La Gerarchia delle Fonti


Controverse presenze testuali nella bibliografia de 'Il dio alieno della Bibbia' di M. Biglino

La lettura prosegue.
Il capitolo che mi accingo ad affrontare è emblematico. Si tratta di una domanda: 'Lo “Spirito”?' come sottotitolo del più asettico 'Ruach', il Soffio.
È il Respiro di Dio, quello che promana dall'En Soph dopo essersi contemplato nel proprio Nulla (Qabbalah).
Si tratta di uno scontro durissimo anche perché man mano che si avanza si entra nel territorio sempre più appartenente a M. Biglino e lo sforzo per contrastare la visione letterale dovrà essere maggiore di quanto si pensi per due motivi:

  • condizioni grammaticali e lessicali sempre più complesse
  • convinzioni personali sempre più profonde.

Anche questo però è recherche, cioè il rischio di mettersi in gioco.
Per 'ricaricare' le pile prima di entrare nel vivo della diatriba terrò fede a quanto ho già dichiarato all'Autore facendo un salto nella bibliografia, ricca e variegata.
Vi ho scorto dei testi, infatti, che conosco molto bene perché – al contrario del lettering dove mi aggiro 'supportato' – questi sono gli argomenti fondamentali dell'Eterodossia.
Entriamo dunque nel vivo delle recensioni avanguardiste, territorio ben conosciuto da Archeomisterica.

In rigoroso ordine alfabetico incontriamo

  • Custode della Genesi di G. Hancock e R. Bauval.

A che cosa dobbiamo la presenza di CDG (acronimo del Titolo per comodità) nel panorama delle avanguardie archeologiche e soprattutto egittologiche? A quattro motivi fondamentali:

  • un continuum logico con Il Mistero di Orione
  • il tentativo di storicizzare passi importanti di Manetone a proposito dello Zep Tepi e degli Shemsa-Hor (l'Egitto diretto dagli Dèi)
  • la dimostrazione dell'esistenza di una superciviltà, umana!, artefice della Sfinge (Horakty) a monito di un cataclisma probabilmente appartenente a ciclicità da indagare
  • decifrare i comportamenti anomali di Mark Lehner e i suoi trascorsi con la Edgard Cayce Foundation a proposito dell'origine atlantidea del monumento in questione e relative conseguenze.

A chi però sperasse di trovare 'aliens-connection' in CDG rimarrebbe deluso. Si, perché tutte le opere di G. Hancock e soprattutto di R. Bauval vanno in una direzione decisamente opposta: sottolineano e rivendicano l'appartenenza all'Uomo di cotante vette architettoniche e non solo. L'intera opera degli avanguardisti è colma di questa visione. La recherche verte sul chiarimento, eterodosso, di un dilemma atavico: è sostenibile l'origine dell'uomo retrodatata di parecchi milioni di anni e la capacità di aver raggiunto adeguate cognizioni tecnologiche e filosofiche che farebbero di perdute civiltà ante-pleistoceniche vere fondamenta per la civiltà odierna?
Di origine assolutamente umana...
Come a dire che Bauval o Hancock gli Elohim li considererebbero raffigurazioni mitiche di uomini al di sopra della media: uomini visti come Dèi. Uomini, certo; non divinità inventate; ma anche non extraterrestri: il piano è infatti il medesimo. Così come connessioni culturali diversificate nel tempo e tra le civiltà conservano una linea culturale sottesa unica, dunque di presunta provenienza 'divina', sarebbero da smentire attraverso scetticismi più o meno convinti da 'mancanza di prove oggettuali più che oggettive, così le tesi aliene altro non sono se non l'estremo opposto, sostenute da fede più che da oggettuali ed oggettive prove. Indizi probatori, certo: ma di che valore assoluto? In medio stat virtus, recitavano gli Antichi; la medietà in questione è la grandiosità umana. Indiscutibile.
CDG è il testo delle Origini, racconta di una civiltà, l'atlantidea, memore del cataclisma pleistocenico la quale volle lasciare ad imperitura memoria l'avvento del 10500 a.C. in un monumento particolare: Horakty dall'originaria testa di leone in merito al suo orientamento con il sole nel quadrante zodiacale del Leone in contemporanea all'effetto di continuità tra il Nilo e la Via lattea (Nilo Celeste) sull'orizzonte e di concerto all'allineamento dell'asterismo detto Cintura di Orione appartenente all'omonima costellazione con i monumenti della IV Dinastia, ovvero Rostau – 'Il Cancello delle Stelle' – che altro non è se non il trittico piramidale di Al-Jizah, intuizione fenomenale dell'ing. Robert Bauval che troviamo subito dopo il testo appena descritto – in estrema sintesi – dal titolo Il Mistero di Orione. In questo scritto, addirittura, si parla dell'intera vicenda archeo-avanguardista del professionista appassionato, le sue vicende personali in terra d'Egitto, il rapporto con Rudolph Gantembrink e la realizzazione del robot 'Upuaut' -(Colui che apre le Porte) - infilatosi nel 1993 in uno dei condotti di Khufu scoprendo peraltro la famosa 'porta' dalle maniglie di rame e probabilmente non trattasi neanche di porta ma di un primo gate appartenente ad un meccanismo simile ad un risonatore Helmoltz. In seguito si narra della notte 'newtoniana' di Bauval in cui osservando il cielo rimbalzò lo sguardo dalla Cintura al Trittico esclamando, di fatto, l'antonomastico 'eureka' da cui il resto della teoria passata alla storia come TCO, acronimo per 'Teoria della Correlazione con l'Orione', ben conosciuta in assise ortodossa e non solo. I due testi appena citati sono legati a doppia mandata. Vi sono riferimenti al dispotismo di Zahi Hawass, allora Responsabile dei Beni Culturali ed Archeologici d'Egitto ed unico tenutario Direttore della Necropoli Menfita (oggi in carcere dopo il crollo del regime di Mubarak), esternazioni dell'egittologa eterodossa Jane B. Sellers e citazioni da The Serpent in the Sky di John A. West. Insomma l'uno è naturale continuazione dell'altro nonché il principio sancito di una collaborazione tra Hancock e Bauval fino al controverso 'L'Enigma di Marte' dove, peggio che nei precedenti, Hancock utilizza uno strategemma fenomenale: divide il testo in due grandi capitoli, dedicando l'intera parte prima del libro agli AOC (Artificial Origins at Cydonia) ovvero la misteriosa presenza di presunti monumenti marziani in cui, a partire dal Volto (molto simile alla Sfinge, Horakty era anche chiamata Horus il Rosso ed era connessa ai miti del pianeta Marte) ci si dipana in un'area posta a 19,5° N sulla superficie del pianeta in cui – inscritta in una serie di architettoniche anomale per essere considerate esclusivamente naturali – vi sarebbe una codifica appartenente ad ogni scienza sacra umana; anzi: vi sarebbero proprio i parametri della Scienza Sacra.
C'è un però: alla fine della partizione iniziale Hancock sposa la visione della NASA (aldilà di Sagan,. Di Molenaar e Di Pietro, di Carlotto, dell'interessantissimo ed ancora dibattuto rapporto McDaniel) che di fatto smentisce gli AOC e tutta la seconda parte del testo svela la vera intenzione degli Autori: sottolineare il rischio effettivo di catastrofi cicliche individuate dagli Antichi, vissute persino, e solo ipoteticamente solidali con la scomparsa di una presunta civiltà marziana. Ma è un problema, paradossalmente, secondario; l'intento di quel libro è far capire che il sistema di scudo anti-impatto riceve fondi inferiori ad una festa presidenziale USA e al contrario si voglia mettere la 'testa sotto la sabbia ' piuttosto che ammettere la pericolosità del nostro sistema galattico. Di civiltà aliene, addirittura procreatrici e nascoste dietro i miti biblici o del Popol Vuh e via discorrendo, poche se non tracce nulle. Citato anch'esso.
Credendo che fosse stato tralasciato l'imponente caposaldo dell'avanguardia di Hancock eccomi subito smentito: 'Impronte degli Dèi' fa la sua bella figura ma – nel contesto in via di analisi – stona decisamente. 'La Ricerca dell'Inizio e della Fine' come sottotitola Graham Hancock apre e chiude una visione antropologica della storia e del mondo del tutto diversa dalla presentazione convenzionale a cui siamo abituati grazie alle convenzioni dell'Ortodossia; 'convenzioni' col tempo divenute 'convinzioni' spesso aberranti alla luce di osservazioni nuove nel panorama archeologico internazionale. È la storia di un popolo misterioso, di una serie di civiltà sottese ad altre che ne fece da sostrato rivelando il perché di moltissime similitudini filosofiche, religiose, linguistiche e non ultime tecnologiche. La convinzione profonda della Religio Universalis nell'animo e nei ricordi, divenuti mitici e mistici, di ogni abitante questo pianeta. Quasi un eco ancestrale, fossile nella psicologia dell'Uomo che ne alimenta le domande di sempre sull'origine, il perché dell'esistenza e l'oscurità del destino futuro. Alieni, ad onor del vero, niente. Anzi, c'è un passo molto significativo in cui l'Autore cita Maria Reiche la quale, paleontologa, ha impegnato più di 40 anni nello studio delle Linee di Nazca spesso capisaldi di un ufologia 'scontata'. Ebbene il laconico messaggio della studiosa fu:

'se gli alieni dovessero atterrare sulle tracce dell'Altopiano... si insabbierebbero...'.

Le tracce sono infatti profonde una dozzina e poco più di cm e larghe non più di sessanta. Hancock ipotizza che fossero possibili solo con determinata tecnologia e soprattutto grazie all'ipotesi del volo preistorico ma non ad opera di civiltà esoterrestri. No: frutto di un'umanità perduta per motivi catastrofici e della quale, tranne gli indizi probatori rimasti in moltissimi punti del pianeta, non se ne sa più nulla. È questo il trait-d'union dell'intera opera che procede da Il Mistero di Orione e arriva fino al dibattuto, ultimo, Il Codice Egizio di R. Bauval, passando per Civiltà Sommerse e via discorrendo: il Catastrofismo alla base dell'evoluzione antropologica.
Gli Autori sono in pieno accordo con i dettami dell'Eterodossia introdotta da un capolavoro del 1969 ovvero il testo avanguardista per antonomasia che lacerò le vesti ortodosse una volta per tutte: 'Il Mulino di Amleto' dei compianti H. Von Dechend e G. Santillana, citato anch'esso nel testo di M. Biglino.
Passato alla storia come il 'Grande Ripensamento' è un testo fondamentale per capire l'intero processo di revisione che colpì l'assise archeologica internazionale ponendo come domanda assoluta se gli Antichi non fossero più in relazione con la Natura, in special modo con il Cielo, padroneggiando un'astronomia degna della miglior tecnologia odierna sia in campo osservativo terrestre che astronautico. Se fosse possibile ammettere ponti di terra ed allineamenti astronomici base di monumenti incredibili come Tiwanachu o Angkor, allineata con il Draco e se mai queste visioni si connettessero con una più antica visione della storia umana stanca di essere turlupinata dalla speciazione di Mendel o dalla teoria evolutiva di Darwin forse supportata dai rettili di Galàpagos ma seccamente smentita dalla compresenza, convivenza, scontro mortale tra Neanderthanlensis e Cro-Magnon Sapiens dove quest'ultimi, secondo il celebre naturalista, dovrebbero essere posteriori ai primi; invece i primi sono stati persino fotografati in Africa, vivi e vegeti, dal Prof. Homet ('Terra Senza Tempo' - P. Kolosimo – Mursia) con la chiara domanda scritta in volto: 'e adesso...?'.
Una storia umana, dove le proprie vicissitudini ogni uomo le ha vissute in concomitanza con altri uomini e l'origine della sua intelligenza sta nel 'miracolo' della differenziazione della vita ma soprattutto negli insegnamenti provenienti da altri grandissimi uomini spazzati via da circostanze apocalittiche che si perdono nella notte dei tempi di cui si riconosce il vulnus nei miti.
Ma di alieni nemmeno l'ombra.
Forse non vi sarà alcun 'Dio' preposto all'uomo; ma sicuramente è arduo accreditare a tale impegno vaghi 'biocostruttori' dal vago teatro storico, dai comportamenti però assolutamente beceri calati in un contesto orfano di datazione, di cronologia degli eventi.

Un'analisi storica non può prescindere dall'orologio: lo hanno insegnato proprio ne 'Il Mulino' i due docenti ricercatori.
Liberi di citare qualsivoglia opera, è il sale della cultura; ma altrettanto liberi di difenderle da sospette speculazioni letterarie.
È il sale dell'onestà di pensiero.
Intanto si prosegue nell'analisi del testo.

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