Follow by Email

sabato 20 ottobre 2012

Critica del Demontis

Di Alessandro Demontis, volentieri pubblichiamo.
Si tratta di una critica ai madrelingua ebrei che scrivono su questo blog ma soprattutto su Consulenza Ebraica.
Il Demontis, appassionato sostenitore di Z. Sitchin e di Mauro Biglino, introduce un'analisi tecnica dell'esegesi che invitiamo a leggere. Dopodiché pubblicheremo anche le risposte degli uomini di Consulenza Ebraica ed in particolare di Avraham.
Di seguito, interamente ripreso da Scribd.it:


ANALISI DI ALCUNE CRITICHE LINGUISTICHE
Vorrei spendere qualche pagina per esaminare dei commenti di improvvisati critici
linguistici al lavoro dell' autore Mauro Biglino, non per difendere l' autore, che ben si
difende da solo, ma per fare chiarezza su alcune vicende a mio avviso molto pericolose.
Viviamo nell' era di Internet in cui la gente, specialmente i giovani, preferisce cercare
nel motore di ricerca e fermarsi al primo documento che trova piuttosto che andare a
verificare, approfondire ed esaminare. In un contesto simile, la diffusione di false
informazioni si dimostra particolarmente dannosa per l' altrui formazione, portando a un
impoverimento personale e collettivo. In un mondo in cui qualcosa non è reputata vera se
non è su Internet, e in cui più si è citati o pubblicizzati su Internet più si é considerati
'autorevoli', le mosse di alcuni critici di pubblicare e ripubblicare le loro bestialità in
piattaforme web ad alta diffusione crea un danno non da poco.
Dunque reputo mio dovere, in quanto appassionato di linguistica e di linque, cercare di
chiarire alcune delle vicende che reputo più grossolanamente trattate e potenzialmente più
dannose.
Premetto che quanto espresso in queste pagine è la mia idea, basata sui miei studi, e in
nessun modo collegata all' idea espressa dal Biglino. Se le mie parole qui possono
risultare una sua 'difesa' é perchè le critiche mosse al suo lavoro vengono confutate, con
ciò che ne consegue; ma queste pagine sono una 'analisi della critica' e non una 'difesa
nei contronti dell' autore'.
Prima di addentrarci nell' argomento in se, occorre stabilire alcune definizioni
necessarie per comprendere un discorso di analisi linguistica:
MORFOLOGIA: è la parte della grammatica o della linguistica che ha per oggetto lo
studio della struttura grammaticale delle parole e che ne stabilisce la classificazione e
l'appartenenza a determinate categorie.
Esaminare la FORMA di una parola significa quindi dividerla in MORFEMI (le parti più
elementari) e identificarne funzione e caratteristiche.
Esempio:
parola = dentale
morfemi = dent + al + e (dent = radice per l' apparato masticatore + al = morfema che
implica l' aggettivazione di un nome + e = morfema che definisce numero e genere della
parola)
SIGNIFICATO: é il valore intrinseco espresso dalla morfologia di una parola, esso può
essere di diversi tipi, ma comunemente si intende con questo termine il concetto espresso
dalla parola, più propriamente chiamato 'significato relazionale'.
UTILIZZO: E' il 'significato operazionale' di una parola o di un morfema, indica il modo
in cui una parola viene utilizzata per innescare operazioni mentali che riconducano a un
significato relazionale
Esempio:
parola: cane
significato relazionale (significato): appartenente alla razza dei canidi
significato operazionale (utilizzo) : 'sei un cane!' utilizzo che causa una operazione
mentale di paragone al significato relazionale della parola (si paragona un uomo a un
appartenente alla razza dei canidi)
Fatte queste necessarie premesse, possiamo entrare nel merito dell' analisi linguistica e
concettuale.
L' autre Biglino sostiene, elencando una serie di motivazioni, che il termine ebraico
biblico Elohim esprima una collettività di individui (dei quali non ci interessa stabilire la
natura umana o meno) e che, quando questo termine é utilizzato per descrivere Yahweh,
indichi uno tra i tanti Elohim.
E' chiaro dunque che secondo l' autore il termine Elohim abbia una valenza (significato
relazionale) plurale (collettività) ed un utilizzo a volte singolare e a volte plurale.
Analizziamo il termine linguisticamente.
Morfologia:
Elohim é composto dal morfema Eloh + il morfema IM; nella grammatica ebraica il
morfema IM indica un plurale. Il morfema Eloh si legge in realtà Eloah e costituisce un
nome univoco maschile.
Morfologicamente quindi Elohim é composto da:
- un nome univoco maschile
- un morfema indicante numero plurale
Significato relazionale (significato):
Essendo presente il numero plurale di un nome, il significato relazionale della parola
Elohim é:
'Eloah in una quantità pari a o maggiore di due'
Significato operazionale (utilizzo):
varia a seconda degli elementi grammaticali in gioco intorno alla parola.
Sono attestati nella Bibbia utilizzi del termine accompagnati sia da elementi
grammaticali che definiscono un numero singolare sia da elementi grammaticali che
definiscono un numero plurale.
Es 1): “Elohim bara” = eloah (nome univoco di genere maschile) + im (numero plurale)
+ bara (costruzione verbale alla terza persona singolare)
In questa frase Elohim é morfologicamente plurale, ha un significato plurale, ma un
utilizzo singolare
Es 2): “vayomer elohim naseh adam besalmenu kidmutenu” = va-yo-mer (yo = terza
persona, tempo futuro, in questo caso -mar/mer indica numero singolare – mru avrebbe
indicato numero plurale) + eloah (nome univoco genere maschile) + im (numero plurale) +
n-aseh (n = prima persona plurale tempo futuro) + adam (nome univoco maschile
singolare) + be (locativo, qui ha il significato 'con') + selem (nome univoco genere
femminile numero singolare) + nu (aggettivo possessivo numero plurale, prima persona) +
ki (qualitativo) + demoth (nome univoco genere femminile numero singolare) + nu
(aggettivo possessivo numero plurale, prima persona)
In questa frase Elohim é morfologicamente plurale, con un significato plurale, un utilizzo
singolare, autoreferentesi con elementi grammaticali tutti plurali. In questa seconda frase
quindi é Elohim stesso (singolare) a dichiarare una pluralità (n-aseh / salme-nu / dmutenu)
relativa a se stesso. Cioè Elohim dà di se stesso un SIGNIFICATO OPERAZIONALE
plurale, perchè utilizza i verbi in numero plurale.
Veniamo ora alle critiche.
Tale Ettore Pintore scrive:
1) Già se si parla di Elohim come di un sostantivo plurale, si dimostra di non
conoscere nulla di ebraico.
Risposta: a non conoscere l' ebraico sembra essere il sig. Pintore che non sa che
Elohim é morfologicamente plurale
2) La desinenza in "im" è plurale solo in apparenza, in quanto il termine Elohim è
sempre singolare
Risposta: il sig. Pintore non sa che in linguistica e in grammatica non esiste la 'pluralità
in apparenza', ma solo la pluralità. Il 'numero' dei nomi non é soggettivo. Inoltre
memorizziamo per adesso che il sig. Pintore afferma che Elohim é sempre singolare (non
chiarisce però se intende che ha una forma singolare, un significato singolare, o un utilizzo
singolare)
3) Tradurre al plurale significa non conoscere l'ebraico. A prova di ciò sta il fatto che il
primo verso della Bibbia sice: Bereshit barà elohimn et hashammaim veet haaretz". In
principio creò il Legislatore Supremo, il cielo e la terra". Il verbò "barà" è al singolare,
mentre se fosse stato al plurale sarebbe stato "barù". Si tratta di una nota regola di
grammatica ebraica che non si conosce o che fa comodo non conoscere
Risposta: il sig. Pintore non può prendere della grammatica quel che gli piace e scartare
quel che non gli piace. La presenza di n- nell' esempio 2, attaccato al verbo asah (fare),
indica inequivocabilmente un plurale prima persona, quindi “facciamo”. La presenza nello
stesso passo di ben 4 morfemi di numero plurale ( -im, n-, -nu, -nu) indica che siamo di
fronte a una molteplicità di individui. E' una regola LINGUISTICA che trascende la lingua
utilizzata, e che chiunque abbia un minimo di cognizioni linguistiche DEVE conoscere.
4) Anche solo per analgia tra linguen semitiche, qualsiasi Arabo sa che "allah" è
plurale grammaticalmente, ma non si sognerebbe mai di tradurlo al plurale
Risposta: purtroppo per il sig. Pintore anche qui é presente un grossolano errore, per
non dire una menzogna bella e buona. Il nome Allah ha due etimologie, ancora nessuna
delle due certa, e nessuna delle due ipotizza una morfologia con numero plurale. La teoria
più diffusa indica Allah come unione di due morfemi arabi: AL (articolo determinativo,
numero singolare, genere maschile) + ILAH (nome univoco, genere maschile, numero
singolare) il quale ha altre due forme: la duale = ILAHAIN, e la plurale = AALIHAH. La
seconda teoria invece, che sta prendendo piede negli ultimi anni, vuole Allah derivante dal
siriaco Alaha, sempre di numero singolare e genere maschile. Il falso problema della
'pluralità' di Allah viene da alcuni commentari (come quello di Sam Shamoun) che fanno
notare come nelle varie sure, in alcune frasi ipoteticamente o certamente pronunciate da
Allah, vengano utilizzati pronomi e aggettivi posessivi plurali. Potrebbe esserci un
ragionevole dubbio se nelle sure Allah parlasse di se SEMPRE al plurale, ma non è così,
come leggiamo per esempio in questi versi:
Glory be to Him Who made His servant to go on a night from the Sacred Mosque to the
remote mosque of which We have blessed the precincts, so that We may show to HIM
some of Our signs; surely He is the Hearing, the Seeing.” S. 17:1 Shakir
5) il verbo usato è "merakefet" tradotto comunemente con "aleggiava" In realtà la
radice indica un'azione di terribile vibrazione di movimento, atta a provocare un
cambiamento. Comunemente un uccello che batte violentemente le ali a protezione del
nido è "merakef”
Risposta: il sig. Pintore deve illustrare dove ha trovato l' indicazione di una idea di
vibrazione che causi cambiamento. I lessici attestano il significato di 'aleggiare – muoversi
sopra – sorvolare', l' utilizzo che poi se ne fa non può invalidare (ma tutt' al più completare)
il significato relazionale del termine.
6) leggere "ruah" come macchina o veicolo" è una forzatura di un vocabolo
completamente avulso dai suoi significati e dal suo cntesto. Non vi è nulla di più
fuorviante, in ebraico, che prendere un'espressione, toglierla dal suo contesto storico,
temporale, grammaticale e di luogo e darle un significato che potrebbe anche essere vero
ma che può generare dei falsi clamorosi
Risposta: Senza entrare nel merito del significato relazionale del termine Ruach
(derivante da una radice non più in uso e di etimologia incerta), mi preme solo sottolineare
che nel processo di traduzione di una lingua, e dei termini che la compongono, le regole
della lingua sottostanno alle regole linguistiche. Cosa intendo con questo... per poter dire
di aver tradotto un termine, si deve iniziare dal suo sigificato relazionale intrinseco, e
vedere se si adatta a tutti i contesti in cui il termine compare. NON si fa il contrario, cioè i
significati operazionali specifici dei contesti NON necessariamente devono essere validi in
tutti i contesti, perchè sono appunto estensioni nate per contesti specifici. Il sig. Pintore fa
una notevole confusione tra contesto e grammatica. La grammatica é indipendente dal
contesto. L' interpretazione (perchè quando si hanno più contesti si parla di interpretazione
e non di traduzione) di un termine può solo aggiungere significati o 'specializzare' i
significati di un termine, ma non eliminarli. Dunque una lettura di significato relazionale di
un termine NON può creare dei falsi, solo la sua interpretazione a livello di significato
operazionale può farlo. Se si dovesse dimostrare che il significato relazionale di Ruach
fosse un oggetto materiale, come sostiene Biglino, questo non causerebbe nessun falso.
Il gestore del sito di critica, cercando di spiegare le sue critiche alle traduzioni a un
utente di nome Marc, fa un esempio:
Confutatio:
Se traducessi letteralmente il tuo nome - senza tenere conto del contesto - potrei
tranquillamente allitterare 'Marc' a 'Marca' e quindi 'brand': a questo punto tu non sei più
tu: sei un marchio. E' evidente che una traduzione letterale decontestualizzata non ha
senso alcuno
Risposta: L' alliterazione avviene solo all' inizio delle parole e solo in numero di parole
pari a o maggiore di due. Parlare di alliterazione all' interno di una parola non ha senso. L'
esempio fatto da Confutatio é una emerita 'castroneria castrante' (questa si, è una
alliterazione).
Veniamo adesso a due critiche mosse da tale Avraham, riconosciuto nel blog in
questione come un critico attento, competente ed onesto. Egli fa importanti ammissioni al
lavoro di Biglino, ma poi si ferma a scrivere ancora sul termine Elohim.
1) Il termine ebraico Elohim è nella sua forma più frequente al singolare
Risposta: a parte una evidente confusione tra forma e utilizzo, infatti la forma
(morfologia) del termine Elohim é di per se sempre purale inquanto presente il suffisso
plurale -im, questa frase stride con la dichiarazione del Pintore: “il termine Elohim è
sempre singolare”. Dobbiamo deciderci: Elohim, nei suoi utilizzi (e non nella forma) é
sempre singolare o solo 'più frequentemente' singolare?
2) Non si può fare affidamento a quattro pezzi di coccio per interpretare una
letteratura così ricca come la Bibbia. Per questa ci vuole conoscere bene la tradizione
orale ebraica che ci istruisce su come venivano letti ed interpretati nell’antichità i termini
biblici che oggi altrimenti ci risulterebbero assoluti arcani e ciò comunque rimangono
realmente per chiunque l’ignora. Mauro Biglino non fa alcun cenno a questa
assolutamente indispensabile letteratura da cui noi ebrei abbiamo imparato il linguaggio
per leggere la Bibbia.
Risposta: Avendo assistito a una sua conferenza e visionato molti dei suoi video posso
affermare che il Biglino ha invece sempre parlato del processo interpretativo e dei suoi 4
livelli, come ha anche sempre sostenuto di soffermarsi di proposito sul livello più 'basso'.
La sua scelta é pienamente giustificata e coerente perchè egli non vuole interpretare il
testo ma tradurlo, quindi (osservazione mia) rimanere più vicino al significato relazionale
dei termini. Quando si analizza un testo, o più genericamente una lingua, il significato più
certo é sempre quello del livello più basso e meno interpretativo. Una interpretazione é per
sua definizione l' adattamento di un significato al contesto, quindi una specializzazione del
modo di usare un termine, ma non può e non deve mai avere più valore del suo significato
(o dei suoi significati, in caso ve ne sia più di uno) più intrinseco e meno specializzato.
Questa regola é specchio del normale processo di evoluzione di una lingua. Qualsiasi
lingua ha al suo comparire una struttura semplice e termini con significati meno precisi (=
meno specializzati) ma più rigidi. Per esprimere frasi precise in una lingua simile é
doveroso utilizzare un maggior numero di termini, man mano che la lingua acquisisce
specializzazione, sarà necessario un sempre minor numero di termini perchè ognuno di
questi termini sarà più specializzato. E' una nozione ben nota a chi si occupa di
glottologia.
Un esempio 'da manuale' di questo fenomeno é il termine inglese arcaico 'steorfan /
steorfen' dal significato relazionale di 'morire'. Questo, col passare dei secoli, si é
specializzato in 'starve' con significato operazionale di 'morire di fame', al contempo
subendo una modifica morfologica, cioè la perdita del morfema -an/-en descrittiva di molti
verbi arcaici inglesi. Un esempio che invece non mostra modifica morfologica ma solo
semantica operazionale é il verbo 'to wax', che in inglese arcaico aveva il significato
relazionale di 'aumentare' e che nel tempo ha assunto significato operazionale di
'evolversi'. I due significati possono sembrare coincidenti ad una analisi superficiale, ma il
primo significato, quello relazionale, indica un cambiamento in 'quantità' (aumentare),
mentre il secondo, quello operazionale, indica un mutamento in 'qualità' (evolversi). Ecco
un esempio di ogni utilizzo:
- He waxeth angry = la sua collera aumenta
- I cannot afford waxing feelings for her = non posso permettermi che i miei
sentimenti per lei si evolvano (es: si trasformino da affetto ad amore)
In conclusione possiamo affermare che le critiche esaminate sono linguisticamente
fallaci, e rese ancora più gravi perchè spesso accompagnate da esclamazioni denigratorie
nei riguardi della capacità traduttiva dell' Autore.
Nota: questo articolo verrà periodicamente aggiornato nel caso nuove critiche o nuovi
sviluppi di quelle analizzate dovessero evidenziare ulteriori mancanze dal punto di vista
linguistico.

2 commenti:

  1. Caro Alex,
    volentieri pubblico perché noi non siamo di parte in maniera becera e lasciamo spazio agli avversari ideologici o a coloro che hanno una visione diversa dalla nostra rispetto ad 'altri' che oltretutto dispongono il blog con filtri di moderazione al fine non di controllarne eventuali violenze verbali (lecito e sacrosanto) ma per impedire la diffusione di punti di vista diversi. Data però la quantità industriale di persone che ti hanno bannato su Facebook a causa del tuo modo di rivolgerti agli altri eviterei i commenti 'moralistici' del tipo: '...e rese ancora più gravi perchè spesso accompagnate da esclamazioni denigratorie
    nei riguardi della capacità traduttiva dell' Autore.' perché davvero, sinceramente, non ti si addicono. Quindi critica, scrivi, confuta, contrasta, sii anche sarcastico, pungente e puntuale come sempre nella diatriba; evita però di cadere in palesi contraddizioni.

    RispondiElimina
  2. Credo che conosciate già il personaggio di Alessandro Demontis, che dopo il sumero e l'ebraico, tra un pò sarà un esperto di Lineare A e Sanscrito, nonché Astronomo, Astrofisico, Genetista, Storico, Matematico, Informatico e Ingegnere.

    A parte gli scherzi, giusto per dare un'idea dei guai in cui si è cacciato a causa del suo caratteraccio e del suo voler essere esperto di tutto senza esserlo affatto, vi invito a leggere qualcuno degli articoli presenti in questo post:

    http://www.eclisseforum.it/2012/07/24/zecharia-sitchin-e-alessandro-demontis-le-analisi-di-eclisseforum-it/

    RispondiElimina